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“Nove vite” di William Dalrymple

Nove vite di William Dalrymple

Adelphi editore

Si tratto di resoconto di viaggio del giornalista scozzese William Dalrymple che nel corso degli anni ha visitato più volte il paese.

Nei viaggi che ho fatto in India per questo libro ho visto in effetti mondi lontani scontrarsi, con l’accelerare del cambiamento, nei modi più strani.

Pubblicato nel 2009, questo saggio attraverso nove personaggi protagonisti dei nove racconti del libro, esplora la diversità culturali e religiose dell’India, diventando un viaggio spirituale nel subcontinente indiano. Oltre alla semplice narrazione e descrizione dei personaggi emergono anche riflessioni a tratti provocatorie.

Nella introduzione al libro William Dalrrymple spiega come attraverso l’incontro con gente comune in luoghi di pellegrinaggio sia nata l’idea di descrivere e indagare questa India multireligiosa e spirituale in un contesto di sviluppo che in India sta procedendo ad alta velocità.

Tanto è stato scritto sul modo in cui l’India si avvia a restituire al subcontinente il suo posto tradizionale al centro del commercio globale; ma poco è stato detto finora sugli effetti che questi enormi sconvolgimenti hanno avuto sulle diverse tradizioni religiose dell’Asia meridionale, né si è indagato su come le persone che incarnano queste ricche tradizioni riescano a vivere nell’occhio del ciclone.

Dopo l’introduzione seguono i nove racconti, nove storie che raccontano la diversità cultura, religiosa e sociale dell’India. Visitando luoghi meno battuti in remote località l’autore cerca di offrire una descrizione del complesso rapporto che gli indiani hanno con la religione, dato che per la maggior parte degli indiani la religione è locale e il culto principale è rivolto a divinità locali.Nove vite di William Dalrymple

1. Il racconto della monaca
2. Il danzatore di Kannur
3. Le figlie di Yellamma
4. Il cantore epico
5. La fata rossa
6. Il racconto del monaco
7. Il creatore di idoli
8. La signora del crepuscolo
9. Il canto del menestrello cieco

In “La storia della monaca“, racconta la storia della monaca giainista Mataji e parla del giainismo una setta del buddismo che pratica un ascetismo estremo, la non violenza e il distacco dalle preoccupazioni terrene.

Sorrise. « Devi capire che per noi la more è motivo di entusiasmo. Non si abbracciala sallekhana perché si dispera della propria vita, ma per conseguire e conquistare qualcosa di nuovo. È emozionante quanto vedere un nuovo scenario o un nuovo paese: siamo entusiasti per la nostra nuova vita, ricca di possibilità». 

In “Il danzatore di Kannur“, racconta la storia di Hari Das, un Dalit, ovvero un membro della casta sociale più bassa dell’India che per la maggior parte dell’anno lavora come semplice lavoratore, ma per alcune settimane l’anno viaggia in gruppo con altri danzatori per i villaggi rappresentando le storie e le gesta degli dei, diventano essi stessi divinità agli occhi degli spettatori.

In “La figlia di Yellamma“, racconta la storia di Rani Bai, una devadasi, ovvero una giovane ragazza che dedica la sua vita al servizio di una divinità, una prostituta sacra al servizio della divinità.

Benché la storia sia colma di infelicità e ingiustizia, le devadase – così vengono chiamate le donne che, come Rani Raj, sono state consacrate o «sposate» a un dio o una dea – la raccontano perché ritengono che essa dimostri che la dea prova grande compassione per il loro destino. Dopo tutto, le loro vite non sono molto migliori della sua: rinnegate per crimini d’amore al di fuori del vincolo matrimoniale, ripudiate dai propri figli, condannate a vivere sulla strada come Yallamma, costrette a mendicare, sfigurate dalla tristezza e senza la protezione di un marito. 

In “Il cantore di epopee“, racconta la storia di Mohan Bhopa e sua moglie, Batasi, che sono due cantori di poemi epici. Come i danzatori, i cantori con le canzoni narrano le storie delle divinità e i canti vengono appresi e tramandati oralmente.

In “La fata rossa“, racconta la storia di Lal Peri, una donna musulmana sufi costretta a lasciare l’India e riparare in Pakistan, a causa delle crescenti ostilità tra indù e musulmani. Ma i mistici sufi sono anche minacciati dai wahabiti un islam, più radicale e fondamentalista.

In “La storia del monaco“, racconta la storia del monaco buddhista tibetano Tashi Passang. Monaco in Tibet, abbandona i voti e il monastero per diventare guerrigliero contro i cinesi nella resistenza tibetana, poi soldato in India. Dopo essersi congedato è ritornato alla vita monastica a Dhramsala in India.

«Se sei stato un monaco, è molto difficile uccidere un uomo» disse Tashi Passang. «Ma a volte può essere tuo dovere farlo»

In “Il creatore di idoli” , racconta la storia di Srikanda Stpaty un fabbricante di idoli, che fonde statue di bronzo di divinità per i templi, un mestiere tramandato di padre in figlio per generazioni. Tuttavia, il figlio del fabbricante non vuole seguire le orme del padre, preferendo diventare ingegnere informatico.

In “La Signora del Crepuscolo“, racconta la storia di Manisha Ma Bhairavi che venera la dea Tara. Siamo nel Bengala Occidentale e Manisha è la dea di un crematorio e qui i devoti vivono nel terreno circostante e usano i teschi dei defunti cremati per le loro devozioni.

In “Il canto del menestrello cieco“, racconta la storia dei Baul cantastorie nel senso tradizionale bengalese che girovagano per i villaggi portando con sé le loro storia. Intonando le loro ballate d’amore e misticismo, sfidano le distinzioni castali e religiose.

I Baul spezzano la monotonia della vita rurale creando intimità, vezzeggiano e consolando il loro pubblico con musica e poesia piuttosto che intimorendolo con discorsi e sermoni. Cantando di desiderio e devozione, estasi e pazzia, del fiume della vita e della barca del corpo. Cantando dell’ossessione amorosa di Radha per l’inafferrabile Krishna, dell’individuo come Amante folle e di Dio come Amato irraggiungibile.

In conclusione Nove vite racconta la storia di nove persone che vivono in luoghi diversi, con credenze e pratiche religiose differenti, il filo conduttore è che tutti hanno basato e donato la loro vita al loro credo religioso. In un contesto globale che evidenzia una trasformazione significativa del ruolo della religione, spesso descritta come in declino o una perdita di centralità, in India le religioni rimangono una componente fondamentale un pilastro della società, della cultura e delle variegate tradizioni locali.

William Dalrymple

William Dalrymple è uno celebre storico e scrittore di viaggio scozzese nato ad Edimburgo nel 1965. Nel  1984 arriva per la prima volta in India. A 22 anni, scrisse il suo primo libro di viaggio Xanadu sulle tracce di Marco Polo, percorrendo su mezzi di fortuna le vie carovaniere che separano Gerusalemme dalla Mongolia.
Nel 1984 arriva per la prima volta in India.
Seguono altre opere e arrivano premi importanti come il Thomas Cook Travel Book Award per il libro Delhi: un anno tra i misteri dell’India, il prestigioso Wolfson History Prize per Nelle terre dei Moghul bianchi, il Duff Cooper Prize per L’assedio di Delhi e il Premio Hemingway e il Premio Kapuciński per Il ritorno di un re.

Dal 1989 vive parte dell’anno in India e durante la stagione monsonica rientra a Londra ed Edimburgo.  In India vive con con la moglie e i tre figli in una fattoria fuori Delhi.

Scrive per “The New York Review of Books”, “The Guardian”, “New Statesman” e “The New Yorker”. Fondatore e co-direttore del Festival di Letteratura di Jaipur.

In Italia i suoi libri sono pubblicati da Adelphi: Nove vite (2011), Il ritorno di un re (2015), Koh-i-Nur (2020, con Anita Anand), Anarchia (2019), La via dell’Oro (2025).

Il suo sito personale è https://williamdalrymple.com/


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