Il Dio delle piccole cose di Arundhati Roy

Il Dio delle piccole cose

Guanda editore

Il Dio delle piccole cose è il primo romanzo di Arundhati Roy. È un romanzo in parte autobiografico in quanto incorpora, abbellisce e arricchisce notevolmente gli eventi della storia della sua famiglia. Il libro è ambientato in Kerala nel villaggio di Ayemenem o Aymanam a circa un centinaio di chilometri da Cochin in un’area verde ricca di acqua e di canali che si affaccia su un lato sul lago Vembanand.

Uscito nel 1997, il libro fin dall’uscita ha ottenuto notevole successo. E’ stato pubblicato in più di 20 paesi, il romanzo è diventato un bestseller, andando a vincere numerosi premi come il Booker Prize, nel 1997. Ciò ha reso Roy la prima donna indiana e non espatriata a vincere il premio.

Eppure l’uscita del grande il romanzo di Roy non è stata senza conseguenze. Il Dio delle piccole cose ha infamato infuriato alcuni abitanti del Kerala soprattutto esponenti della sinistra radicale. Poco dopo la pubblicazione del libro nel 1997, un avvocato di nome Sabu Thomas ha tentato di rimuovere l’ultimo capitolo del libro a causa della descrizione grafica degli atti sessuali tra membri di diverse caste. Fortunatamente per l’autore e il romanzo, Thomas non ha avuto successo e la sua causa è servita solo a sostenere le affermazioni di Roy presenti in tutto il romanzo sul fatto che il sistema delle caste colpisce ancora profondamente la società indiana attuale.

   «Da Piccolo Velutha andava sempre con Vellya Paapen all’entrata posteriore della Casa di Ayemenem per consegnare le noci di cocco raccolte neò campo. Pappachi non permetteva che i Paravan entrassero in casa. Nessuno lo faceva. Non potevano toccare niente che venisse toccato dai Toccabili. Caste indù e caste cristiane.»

A causa della sua comprensione radicata della diversità e dei paradossi culturali di Ayemenem, Roy ha permesso alla sua immaginazione di scatenarsi in un paesaggio familiare.

Alla domanda sul perché abbia scelto Ayemenem come ambientazione per il suo romanzo, Arundhati Roy ha risposto: “Era l’unico posto al mondo in cui le religioni convivono, c’è il cristianesimo, l’induismo, il marxismo e l’islam e tutti vivono insieme e si strusciano l’un l’altro … Ero consapevole delle diverse culture quando stavo crescendo e ne sono ancora adesso consapevole. Quando vedi tutte le convinzioni in competizione sullo stesso sfondo ti rendi conto di come si vestono l’un l’altro. Per me, non potevo pensare a un luogo migliore per un libro sugli esseri umani.

Sebbene nelle interviste Roy abbia negato di imitare lo stile di Rushdie, il Dio delle piccole cose mostra certamente la sua influenza. La prospettiva in continua evoluzione del romanzo, la sua progressione non lineare della narrativa, la sua dizione lussureggiante, quasi stravagante, a volte capitalizzata o contratta, e il suo confondimento di fantasia e realtà connettono il romanzo allo stile del “realismo isterico”.

Il linguaggio è delicato. Arundhati Roy usa un linguaggio semplice e delicato che rende ogni parola preziosa mentre impregna le frasi con un acuto senso di fantasia. Con abilità incorpora prefigurazioni in piccoli ritornelli come “Le cose possono cambiare in un giorno“, “Rose malaticcia su una brezza” e “Il silenzio stava sospeso in aria come una segreta perdita“.

“Il Dio delle piccole cose” molte storie che si fondono

Il Dio delle piccole cose, è una sorta di saga familiare in miniatura che narra la storia di una famiglia nella città di Ayemenem, nel Kerala, in India. La sua epigrafe è una citazione dello scrittore contemporaneo John Berger: “Mai più una sola storia sarà raccontata come se fosse l’unica“. Il Dio delle piccole cose

Usa questa idea per stabilire il suo stile di narrazione non lineare e multi-prospettiva, che dà valore ai punti di vista “grandi” come quelli di un essere umano e come “piccoli” come quelli di una farfalla. Nel mondo di Roy, non esiste una storia definitiva, solo molte storie diverse che si fondono per formare un’impressione caleidoscopica di eventi.

Il Dio delle piccole cose è nominalmente la storia dei gemelli bambini Rahel e Estha femmina e maschio, e della loro madre Ammu che ha lasciato il marito violento e di tutto la sua famiglia allargata, la nonna Mammachi, il figlio anglofilo Chacko, la nipote Baby Koch.
Ma il libro sembra un milione di storie che girano all’infinito; è il prodotto di un genio bambino-mente che prende tutto e lo trasforma in un’alchimia di poesia. Il Dio delle piccole cose è al tempo stesso esotico e familiare per il lettore occidentale.

Tra i personaggi del romanzo il ritratto dei bambini è forse il contributo più originale e toccante. Arundhati Roy entra nel loro modo di pensare in un modo che non li rende sentimentali ma rivela le feroci passioni e terrori che attraversano le loro menti. In effetti le prospettive dei bambini protagonisti Rahel ed Estha hanno il maggior peso in tutto il romanzo, anche se spesso sono vittime delle circostanze.

   «Incombente nel Cuore della Tenebra.
   Una casa dove non potevano entrare, piena di sussurri che non potevano capire.
   Allora non sapevano che presto ci sarebbero entrati. Che avrebbero attraversato il fiume e sarebbero stati là dove non dovevano essere, con un uomo che non dovevano amare. Che sarebbero stati a guardare, con occhi larghi come piattini, mentre la storia si rivelava loro nella veranda posteriore.
   Mentre gli altri bambini della loro età imparavano altre cose, Estha e Rahel impararono che la storia pone le sue condizioni e riscuote ciò che le è dovuto da coloro che infrangono le sue leggi. Sentirono il suo colpo sordo e nauseante. Annusarono il suo odore, e non lo dimenticarono mai più.
   L’odore della storia.
   Come vecchie rose nella brezza.
Quell’odore avrebbe indugiato per sempre nelle cose di tutti i giorni. Negli appendiabiti. Nei pomodori. Nell’asfalto delle strade. In certi colori. Nei piatti al ristorante. Nell’assenza di parole. E nel vuoto degli occhi»

Sebbene il libro non abbia un singolo protagonista e nessuna morale definitiva, esso certamente difende i dettagli della vita a cui la società contemporanea tende ad essere troppo frenetica o lungimirante per prestare attenzione. Roy fa del suo meglio nel romanzo (così come negli altri scritti e attivismo politico) per affrancare le “piccole cose”, trascurando le persone e le questioni che, a suo parere, meritano più attenzione.

   «Mentre stava così, al buio, appoggiata alla porta, sentì il suo sogno, il suo incubo pomeridiano muoversi dentro di lei come l’acqua che si alza dall’oceano e si raccoglie in un’onda. Il sorridente uomo con un braccio solo, con la pelle salata e una spalla che finiva bruscamente come un dirupi, emerse dalle ombre della spiaggia cosparsi di vetri e andò verso di lei.
   Chi era?
   Chi poteva essere?
   Il Dio della Perdita.
   Il Dio delle Piccole Cose.
   Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo.
   Poteva fare solo una cosa alla volta.
Se la toccava, non poteva parlare, se l’amava non poteva andarsene, se non parlava non poteva ascoltare, se lottava non poteva vincere.
   Ammu lo desiderava. Lo desiderava da star male, con tutto il corpo.
   Tornò a Tavola.»

Arundhati Roy è nata a Shillong nello stato orientale del Meghalaya il 24 novembre 1961. È una scrittrice indiana, un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione.
Ha vinto il Premio Booker col suo romanzo d’esordio. Il suo secondo romanzo, a 20 anni dal precedente, si intitola “Il ministero della suprema felicità” .

A fianco a questi due romanzi il suo impegno politico e sociale l’ha portata a pubblicare numerosi saggi come “La fine delle illusioni” nel  1999; “Guerra è pace” nel 2002; “Guida all’impero per la gente comune” nel 2004; “I fantasmi del capitale” nel  2014; “Cose che si possono e non si possono dire” con John Cusack nel 2016 e “In marcia con i ribelli” nel  2017.

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